“bocchino fuori dal pdl. discorso chiuso”.

letta lo enunciò con fermezza, ma un sopracciglio pettinatissimo gli tremava sulla fronte.

silvio sollevò le froge dal piatto di pucchiacchia in salmì sul quale da un’ora rimuginava e fissò le proprie pupille in quelle di letta.

l’anziano sodale per un attimo ebbe visioni di fiamme e tregenda, poi senza voltargli le spalle indietreggiò fino a scomparire dietro la porta dello studio del capo.

silvio per un attimo cercò di trattenere la rabbia, ma poi il suo pugno serratissimo si sollevò e ricadde sul piatto di porcellana, che si frantumò in una miriade di pezzi lucidi, mentre la frattaglia palpitante schizzava sulle pareti tutt’intorno.

la cornetta del telefono gli tremava tra le dita esangui, e quando lei rispose la sua voce era assonnata.

“sì?”
“sono silvio”
“piccolino! tesorino! come mai mi stai…”

lui la interruppe, le sillabe uncinate come pungiglioni di api brianzole.

“che stracazzo significa che non me lo succhi più? eh? per la madunina! piccola soubrettina da tre euro, io ti ho raccolta da una fiera di paese mentre ti spolveravi via dalle spalle la forfora di mengacci e tu adesso…”

dall’altra parte della cornetta la donna ebbe un mancamento.

“io… io… piccolino, ehi, io…”
“da domani riconsegni chiavi carta di credito benefit e ministero e ti levi dalle palle!”

la donna strabuzzò gli occhi come mai prima, si nettò il biancume polveroso da sotto le narici e provò a calmarlo.

“capo, ehi, capo! ti hanno fatto la punturina nel posto sbagliato? t’è partito l’embolo? vuoi che chiami scapagnini? che diavolo stai dicendo?”

“pompe. stop. mai più. me l’ha detto letta”.

la ragazza eruppe in una risatina per una volta sincera e non metronomata dall’ufficio stampa.

“ihihihihihi, ma cucciolotto imbizzarito, ehi, pucci picci, anche tu con questa storia? ihihihiih”.

silvio si guardò intorno, deciso a recuperare la piccola rivoltella nascosta nell’icona a libro lasciata da valdimir accanto all’acquasantiera di pietra e di recarsi a far saltare le cervella alla cretinetta con le sue stesse mani, ma lei, accorgendosi che la furia dell’uomo non si placava, tagliò corto.

“è da ‘stamattina che mi bombardano di telefonate, ho l’i-phone squagliato, bondi ha pianto al telefono, e adesso anche tu! picci pocci, papino, possibile che non pensi che a quello? ehi! non è cambiato nulla, ok? leggi le agenzie, tesorino, rilassati, guarda i tg, cavolo! vuoi che passi? eh? vuoi?”

silvio si lasciò cadere sulla poltrona, slacciandosi di tre bottoni la camicia zuppa di sudore.
pressò l’indice chucharacchato dall’halzaimer sul tasto unico del telecomendo di onice.
vide.
ascoltò.
e capì.

“ah. quel bocchino”.
“quello. shhhh. rilassati”.
“lo infilzo, quello, io”.
“certo, piccolino”.
“mando l’auto?”
“ok, piccolino. arrivo”.